Extra tematica 2015 - Bologna Mineral Show

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Minerali del Trentino: 200 anni di scoperte

Introduzione
La ricchezza mineralogica del Trentino rispecchia la straordinaria geodiversità di un territorio, in particolare quello dolomitico, che è stato recentemente riconosciuto Patrimonio dell’Umanità dall’UNESCO in virtù delle sue unicità di carattere geologico-geomorfologico e paesaggistico. Le Dolomiti classiche non sono però l’unico hot spot di ricchezza geo-mineralogica della provincia di Trento: il Parco Naturale Adamello Brenta per esempio ha ricevuto il riconoscimento di Geopark, entrando a far parte della Rete Europea e Globale dei Geoparchi; non è da meno l’area tra Trento e la Valsugana, un concentrato di giacimenti minerari ricchi di storia che hanno fornito campioni mineralogici eccezionali e sono attualmente oggetto di iniziative di studio e valorizzazione.
A partire da fine ‘700 le montagne del Trentino, l’allora Tirolo meridionale, di fatto già interessate da un’intensa attività mineraria protrattasi dal Medioevo fino alla fine del secolo scorso, hanno attirato geologi e mineralogisti da tutto il mondo; i loro studi e le conseguenti dispute scientifiche sono state una tappa fondamentale per lo sviluppo della geologia moderna. I minerali delle Dolomiti e del distretto minerario tra Trento e la Valsugana sono diventati così un classico a livello mondiale. In questo contesto si è consolidata una tradizione di ricerca mineralogica tuttora molto radicata, la cui espressione è condensata in una selezione dei migliori campioni provenienti da collezioni private e museali, realizzata grazie alla collaborazione tra il Museo delle Scienze di Trento (MUSE) e le associazioni mineralogiche che operano in Trentino (Gruppo Mineralogico Trentino e Circolo Mineralogico Fassa e Fiemme).
Il filo conduttore della mostra è rappresentato dal tema della scoperta: da quella delle Dolomiti - prima scientifica che turistica - a quella dei giacimenti minerari, a più fasi scoperti, abbandonati e in tempi recenti riscoperti con la ricerca mineralogica.
Attraverso questa chiave di lettura il percorso della mostra ripercorre le tappe fondamentali della storia mineraria e della geologia in Trentino, esponendo i più significativi ritrovamenti mineralogici della provincia di Trento, in particolare i classici di Fiemme-Fassa e delle miniere del Perginese, senza trascurare novità mineralogiche e campioni d’effetto provenienti da località meno frequentate (Cima d’Asta, Adamello, Val di Rabbi).
La scoperta della dolomite…
Il nome dei minerali deriva dalle loro proprietà chimiche o fisiche, dal nome dello scopritore o di una persona di spicco nel campo della mineralogia alla quale è dedicata la nuova specie oppure, molto comunemente, dalla località di provenienza. Il caso della dolomite è anomalo e unico al mondo; non siamo di fronte al classico minerale che prende il nome da una località ma all’esatto contrario: è un gruppo montuoso questa volta a prendere il nome da un minerale! Se il nome Dolomiti deriva dal minerale dolomite, il nome dolomite deriva invece dallo studioso al quale il minerale è stato dedicato, il geologo e naturalista francese Déodat Guy Silvain Tancrède de Gratet de Dolomieu (1750-1801), originario per l’appunto di Dolomieu, un piccolo comune del dipartimento dell’Isere (regione Rodano-Alpi) a metà strada tra Lione e Chambéry.
Dolomieu ebbe una vita a dir poco avventurosa: cadetto di nobile ed antica famiglia, entra a far parte dell’Ordine di Malta. In seguito all’uccisione di un altro cavaliere nel corso di un duello viene espulso dall’Ordine ed imprigionato a Malta, dove nel frattempo si dedica intensamente allo studio della fisica. Scarcerato nel 1771, completa gli studi a Metz e a partire dal 1775 inizia una lunga serie di viaggi nei quali si dedica allo studio della geologia e in particolare di mineralogia e vulcanologia. Nel 1788 arriva in Tirolo dove entra in contatto con le rocce dolomitiche. Osserva che nonostante siano molto somiglianti ai calcari, le dolomie a contatto con l’acido cloridrico non reagiscono dando effervescenza. Per primo, nel 1791, pubblica la descrizione di queste particolari rocce sul Journal de physique ma sarà il chimico svizzero Nicolas-Théodore de Saussure (1767-1845) a caratterizzare con precisione il nuovo minerale e a dedicarlo a Dolomieu dal quale nell’autunno del 1789 aveva ricevuto 12 campioni da analizzare. Dolomieu sostiene la Rivoluzione francese e partecipa alla Campagna d’Egitto al seguito di Napoleone. Nel 1799, di ritorno dall’Egitto, naufraga al largo di Taranto, controllata dal cardinale Ruffo, a quel tempo in guerra con la Francia, così viene fatto prigioniero. Rimane nelle carceri di Messina fino al marzo 1801, quando è liberato in seguito alla vittoria di Napoleone a Marengo. La burrascosa esistenza di Dolomieu si conclude pochi mesi dopo, il 16 novembre del 1801, lasciando incompiute le sue ricerche e i suoi scritti. Ciononostante rimarrà nella storia per via di quel minerale che da lui prende il nome. Il termine Dolomiti entrerà nell’uso comune solo nel 1864, grazie all’opera “Dolomite mountains” di Gilbert e Churchill, ad indicare quelle straordinarie montagne che l’UNESCO ha di recente riconosciuto come patrimonio mondiale dell’umanità.
Pare scontato che la località tipo della dolomite si trovi nell’area delle Dolomiti classiche, ma così non è: Dolomieu sarebbe arrivato in Italia dal Brennero nell’estate del 1789, limitandosi a raccogliere campioni di dolomia in Val di Fleres e presso Salorno (BZ), senza visitare quindi le Dolomiti classiche. La località tipo della dolomite è pertanto la zona dove furono raccolti i primi campioni. Si trova in sinistra Val di Fleres, l’ultima valle in destra Isarco che si incontra prima di raggiungere il Passo del Brennero, dove affiora una successione dolomitica di età variabile tra il Triassico inferiore e il Triassico superiore.
…e delle Dolomiti: Predazzo al centro dell’attenzione
Se la scintilla che andrà ad infiammare l’interesse per il territorio dolomitico divampò già sul finire del ‘700 con il lavoro di Dolomieu e de Saussure, è con i primi dell’800 che le valli di Fiemme e Fassa diventano metà di studiosi e appassionati di geologia e mineralogia provenienti da tutto il mondo. Nel 1811 esce il trattato del geologo bassanese Gian Battista Brocchi “Memoria mineralogica sulla Valle di Fassa”, poi tradotto in francese e tedesco nel 1817. Si tratta del primo significativo compendio sui minerali e le rocce di Fiemme e Fassa che si rivelerà di fondamentale importanza nel focalizzare l’attenzione della comunità scientifica su questo territorio.
Ma il contributo determinante nel portare queste vallate ad essere conosciute in tutto il mondo si deve alla disputa scientifica che prende il via da una pubblicazione del conte Giuseppe Marzari Pencati sul supplemento al giornale Nuovo Osservatore Veneziano nell’autunno del 1820. Il Marzari Pencati (Vicenza, 1779-1836), ecclettico naturalista e studioso della geologia del Trentino-Alto Adige, nonché consigliere minerario dell’Impero Austro-Ungarico, scopre che ai Canzoccoli di Predazzo un “granito” si trova sovrapposto ad un calcare, quindi la sua formazione deve a ragione essere più recente di quest’ultimo. Questa semplice osservazione andava a scontrarsi con la teoria geologica allora dominante, quella del Nettunismo, sostenuta dalla crème della geologia del tempo, rappresentata dall’Accademia della Montagna di Friburgo, dove lavoravano gli studiosi più in voga: Alexander Humboldt, Leopold von Buch ma soprattutto Abraham Gottlob Werner. In base alla loro teoria tutte le rocce si sarebbero formate in un oceano primordiale che avvolgeva tutta la terra, sui fondali del quale si sarebbero formati inizialmente “graniti” e “scisti”, quindi, col ritirarsi delle acque, anche le rocce più recenti costituite da “basalti” e rocce sedimentarie come i calcari. Se quanto osservato da Marzari Pencati si fosse rivelato corretto avrebbero avuto ragione i sostenitori della teoria del Plutonismo, capeggiati dallo scienziato scozzese James Hutton (1726-1797), secondo i quali la Terra era in continuo divenire e masse di magma fuoriuscivano continuamente dalle sue profondità penetrando negli strati rocciosi preesistenti. Nonostante l’interpretazione di Marzari Pencati fosse corretta, il peso degli scienziati tedeschi ebbe la meglio e le sue idee si affermarono solo dopo la sua morte; ebbero però l’indiscusso merito di accendere vivaci discussioni scientifiche, portando in valle molti dei più noti studiosi dell’epoca, e di stimolare lo studio della zona, allargandolo successivamente a tutto il territorio dolomitico. L’interesse geologico per quest’area non ha pari a livello mondiale: basta scorrere l’impressionante mole di pubblicazioni prodotte negli ultimi 200 anni per rendersene conto.
Una straordinaria testimonianza del passaggio dei più celebri geologi dell’Ottocento e del Novecento si trova nel registro dei visitatori dell’albergo Nave d’Oro di Predazzo, compilato dal proprietario Michele Giacomelli a partire dalla visita di Alexander von Humboldt il 30 settembre 1822. Col tempo il soggiorno alla Nave d’Oro divenne quasi doveroso per i geologi di passaggio a Predazzo. Il registro contiene le firme e le annotazioni di geologi illustri che qui soggiornarono fino al 1966, quando l’albergo fu demolito.
La Nave d’oro non esiste più ma il teatro della contesa tra nettunisti e plutonisti è ancora ben visibile dal centro di Predazzo guardando verso i ripidi pendii dei Canzoccoli che delimitano la cittadina verso ovest. Otre che per motivi storico-scientifici questa località è rinomata per le mineralizzazioni di contatto, in particolare per i pregevoli cristalli di vesuvianite, conservati nei museo di tutto il mondo. Nonostante sia conosciuto da oltre due secoli, il sito ha fornito campioni eccezionali anche in tempi recenti, come i cristalli di oltre 6 cm rinvenuti all’inizio degli anni 2000 da Mirko e Lodovico Grisotto.
I Canzoccoli non rappresentano che uno dei numerosi siti delle Dolomiti dove è possibile apprezzare il metamorfismo di contatto legato alla fase vulcanica del Ladinico (Triassico medio, 235 Ma). Il luogo dove questo fenomeno è più diffuso e meglio leggibile sono i celeberrimi Monti Monzoni, talmente ricchi di varietà di rocce e minerali da essere definiti “L’Eldorado dei mineralogisti” dal sacerdote e studioso di geologia Don Luigi Baroldi (1853-1904).
Un passo indietro: la scoperta dei giacimenti minerari
Se le peculiarità geomineralogiche del Trentino hanno spinto la comunità scientifica ad interessarsi alle Dolomiti in età Moderna, la scoperta delle sue ricchezze del sottosuolo risale alla Preistoria. La prova tangibile di un così antico interesse per i minerali metallici è la capillare diffusione di scorie di fusione su gran parte del territorio provinciale e soprattutto la presenza di significativi e ben conservati siti di fusione del rame risalenti ad oltre 4000 anni fa presso i Montesei di Serso (Pergine Valsugana) e per la produzione del bronzo (tarda età del Bronzo, XIII-XI secolo a.C.) al Passo Redebus, tra Val dei Mocheni e Altopiano di Pinè.
È però con il Medioevo che prende il via un’attività mineraria ben strutturata ed organizzata.
I siti minerari medievali dell’Altipiano del Monte Calisio (Mons Argentarius)
L’area mineraria dell’Altipiano del Monte Calisio, che si stende a nord-est della città di Trento, è uno dei territori maggiormente segnati dall’attività estrattiva della Provincia, nonostante la sua storia sia tra le più antiche.
Il giacimento si trova alla base della Formazione di Werfen (membro di Tesero), successione sedimentaria dell’Anisico (Triassico inferiore, 245 Ma) riferibile ad un ambiente di mare basso e costiero. Il minerale estratto era la galena, che contiene argento in percentuali variabili: il giacimento del Calisio ne è piuttosto ricco, raggiungendo in alcune zone 7 kg per tonnellata di Pb.
L’altipiano è stato interessato da un’intensa attività estrattiva fin dal XII secolo. Trattandosi di un metallo monetabile l’argento era una risorsa strategica, strettamente controllata dal governo centrale. Proprio per questo il Principato Vescovile di Trento diede impulso ad una fiorente industria mineraria richiamando a Trento i massimi esperti di miniere del tempo, di origine germanica.
Per regolamentarne l’estrazione, tra il 1215 e il 1218 il Principe Vescovo Federico Vanga fece redigere il Liber de Postis Montis Arzentarie, capitolo della raccolta di leggi denominata Codex Wangianus (che contiene anche documenti più antichi): il Liber è considerato uno dei primi statuti minerari europei. Già dalla metà del XIII secolo i documenti testimoniano una decadenza dell’industria estrattiva, dovuta ad una coltivazione di rapina che aveva portato al quasi completo esaurimento del giacimento, ma forse anche alle instabili condizioni politiche. Già nel 1600 le cronache parlano di miniere abbandonate.
Le tracce dell’attività di scavo sono ancora molto evidenti e hanno trasformato permanentemente la morfologia dell’altipiano. Si tratta di migliaia di pozzi verticali (localmente chiamati cadini) che attaccavano il giacimento suborizzontale di galena dall’alto, laddove affiorava in superficie, e di numerose gallerie orizzontali scavate prevalentemente con strumenti manuali e in parte ancora percorribili (chiamate canòpe, dal termine in tedesco antico knappen, che indicava sia il minatore che la miniera). Ampie porzioni di territorio si presentano quindi costellate di cavità, ben visibili anche sul DTM LiDAR (modello digitale del terreno prodotto dalla Provincia autonoma di Trento): uno splendido esempio di paesaggio minerario medievale che per estensione non ha eguali in Europa.
Dal 2013 è in corso un progetto di ricerca archeologica in collaborazione fra Ecomuseo Argentario ed Università di Monaco per lo studio delle antiche miniere del Calisio: lo scopo è definire la cronologia degli scavi, comprendere le tecniche estrattive, individuare i siti di trasformazione del minerale e gli insediamenti dei canopi.
Il distretto minerario del Perginese
L’area compresa tra i laghi di Caldonazzo e Levico, Pergine con le Valli del Fersina e del Silla che si sviluppano verso nord, oltre a tutto il versante sinistro dell’Alta Valsugana sono in assoluto tra le zone del Trentino-Alto Adige più ricche di giacimenti minerari. Qui affiora il Basamento metamorfico Sudalpino che contiene una mineralizzazione stratiforme a solfuri massivi legata a processi esalativo-sedimentari risalenti a circa 450-430 milioni di anni fa (Ordoviciano sup.-Siluriano inf.). Queste mineralizzazioni sono esclusiva delle miniere di Calceranica e Vetriolo Terme. La stragrande maggioranza dei giacimenti della zona invece interessano lo stesso Basamento metamorfico o le soprastante vulcaniti permiane del Gruppo Atesino e fanno parte di uno sciame di filoni idrotermali a solfuri misti in ganga di quarzo e fluorite, talora con barite e calcite. Il loro andamento è generalmente SW-NE e lo spessore varia da pochi cm a qualche metro. Si sarebbero formati nel Permiano inferiore, circa 270 milioni di anni fa, in seguito alla circolazione di fluidi idrotermali sviluppatisi durante la fase tardiva di raffreddamento dei corpi satellite collegati al plutone di Cima d’Asta.
Mentre sul finire del XIII secolo i giacimenti di galena argentifera dell’Altipiano del Calisio si erano sensibilmente impoveriti in seguito a quasi due secoli di frenetica estrazione, nel Perginese l’attività mineraria era solo agli albori: la prima notizia risale al gennaio del 1330, con la concessione rilasciata da Enrico, figlio di Mainardo II di Carinzia-Tirolo (ex re di Boemia), a Nikolaus von Poswitz di Kuttenberg (Kutna Hora) e ai suoi soci per una ricerca di argento nel distretto di Pergine e a Montevaccino.
La massima fioritura dell’attività estrattiva si colloca fra XV e XVI secolo quando vennero promosse diverse campagne di prospezione in tutto il Principato Vescovile di Trento. Questi anni furono caratterizzati da una massiccia immigrazione di minatori e metallurghi dalle regioni tedesche, portatori di culture, conoscenze e linguaggi tecnici. In questo periodo si scoprirono e furono riattivati numerosi giacimenti metalliferi e nacquero i primi “Distretti minerari”, territori geograficamente definiti in cui l’attività estrattiva era amministrata da specifiche istituzioni. Il Distretto di Pergine comprendeva Alta Valsugana, zona di Trento e Val dei Mocheni, estendendosi alla Val di Sole e alle Giudicarie. Già alla fine del XIV secolo era stato istituito un tribunale minerario; il primo giudice minerario noto fu però insediato solo nel 1504. Il periodo di massimo sviluppo si ebbe a cavallo fra la fine del XV e i primi decenni del XVI secolo, in cui imprenditori di origine prevalentemente tedesca (Augusta) gestivano la coltivazione e trasformazione di galena, sia per l’argento che per il piombo, di minerali di rame e ferro e in seguito anche di pirite per la produzione di vetriolo.
Già nella prima metà del XVI secolo si evidenziarono però i primi segni di un decadimento generalizzato delle miniere, successivamente sfruttate in modo altalenante. Di volta in volta la ripresa dell’attività mineraria poteva coincidere con la scoperta dell’utilità di minerali precedentemente ignorati – per esempio la ‘sugarina’, polvere di pirite utilizzata per fissare l’inchiostro sulle pergamene – ma soprattutto per soddisfare specifiche esigenze, tra cui le imprese belliche, la politica autarchica o grandi opere come la ferrovia della Valsugana.
L’ultimo fondamentale impulso alle miniere del perginese si deve all’estrazione di minerali industriali (quarzo, barite e soprattutto fluorite) dal secondo dopoguerra fino alla fine degli anni ’60 del secolo scorso, quando le miniere furono definitivamente abbandonate.
Questo territorio trasuda storia e cultura legata ad un secolare passato minerario: sembra che la lingua mochena (bersntoler sproch), lingua di origine germanica parlata da poco più di 2000 persone in Valle dei Mocheni o del Fersina (Bersntol), sia direttamente correlata all’immigrazione di minatori del XIII secolo. La tradizione mineraria è nel DNA di chi vive in questo territorio e l’espressione in chiave moderna di questa cultura è rappresentata dalla notevole diffusione della ricerca mineralogica che ha consentito negli anni l’allestimento di notevoli collezioni mineralogiche private. La fruizione del patrimonio minerario è garantita dalle ancora evidenti vestigia delle miniere più importanti (Viarago, Vignola, Tingherla, Cinquevalli), tuttora metà di cercatori di minerali, ma anche dalla presenza sul territorio di piccole ma significative realtà museali: a Calceranica, poco distante dal lago omonimo, il Parco Minerario e il museo storico minerario; in Val dei Mocheni il Museo Pietra Viva presso la loc. Stefani a S. Orsola Terme e a Palù del Fersina il Centro mineralogico realizzato a pochi passi dal Bersntoler Kulturinstitut, con poco più in quota la piccola ma molto ben conservata miniera-museo Gruab va Hardimbl.
Le scoperte dei collezionisti: i più significativi ritrovamenti degli ultimi anni
In Trentino la ricerca mineralogica a scopi collezionistici si è diffusa nell’area dolomitica già nell’Ottocento, come corollario dell’incredibile interesse che queste montagne andavano sempre più suscitando nella comunità scientifica. Ciò contribuì non poco ad accrescere il fascino dei minerali delle Dolomiti, con i musei di tutto il mondo - ma anche un’ampia cerchia di facoltosi collezionisti privati - a contendersi i pezzi migliori.
A tanta richiesta non poteva che corrispondere un sempre maggiore valore dei campioni provenienti da località ormai divenute celebri: Canzoccoli, Buffaure, Drio le Pale, Toal del Malinverno, della Foia, Allochet, Le Selle, giusto per citarne alcune. Per anni la ricerca di minerali destinati a studiosi e collezionisti ha rappresentato un’importante integrazione alla magra economia delle genti di montagna, poi affievolitasi e trasformata in semplice hobby con il diffondersi del benessere apportato dallo sviluppo del turismo di massa.
In circa due secoli di prelievo mineralogico a scopo collezionistico non sono certo mancati ritrovamenti eccezionali. Ogni collezionista che si rispetti infatti ammette di averne fatto almeno uno nella sua vita, ma raramente di questi ritrovamenti rimane traccia in letteratura o nelle collezioni museali. Sarebbe impossibile sintetizzare in poche righe tutte le scoperte “non ufficiali”, quindi, rischiando di far torto a qualcuno, verranno riportati a seguire solo i ritrovamenti degli ultimi anni che più hanno fatto sensazione, trovando riscontro nella letteratura mineralogica.
È doveroso esordire con uno dei più eccezionali ritrovamenti mineralogici del Trentino, quello messo a segno dal compianto collezionista perginese Giuliano Zampedri durante la primavera del 1976 nella galleria Erterli della Miniera di Cinquevalli (Roncegno). L’apertura di una grossa cavità permise l’estrazione di un gran quantitativo di campioni di ottima qualità costituiti da cristalli centimetrici di fluorite e quarzo completamente ricoperti da “piromorfite” di varie tonalità di verde. Recenti analisi effettuate su un vasto campionario rappresentativo di varie morfologie e tonalità dal giallo al verde scuro hanno dimostrato che praticamente tutta la presunta piromorfite di Cinquevalli è in realtà mimetite.
L’inizio degli anni 2000 vede un sorprendente susseguirsi di importanti scoperte, tra i protagonisti non mancano quasi mai i gemelli Mario e Lino Pallaoro, avviati alla mineralogia proprio da Giuliano Zampedri durante il recupero della “piromorfite” di Cinquevalli nella primavera del 1976, quando i due avevano solo 14 anni. Nel giugno del 2002 su segnalazione del noto alpinista Tone Valeruz e in compagnia di Federico Morelli accedono ad una vera e propria caverna completamente tappezzata di cristalli scalenoedrici di calcite lunghi fino a 20 cm, che si sviluppa alla base della parete sommitale del Sas del Roces, alla testata della Val San Nicolò, in Val di Fassa. I cristalli, talora biterminati, si presentano scabrosi e di colorazione da grigiastra a candida, dovuta ad un rivestimento di microcristalli di cabasite. Come previsto dall’art. 5 della L.P. 37/83 la zona è stata interdetta alla ricerca e la cavità chiusa con un cancello metallico.
Il 2002 è un anno di grazia per il suddetto trio di cercatori; si conclude infatti con un altro grande ritrovamento, questa volta nella miniera di Vignola: alla confluenza di due vene di fluorite i lavori di scavo evidenziano uno straordinario geode con cristalli di fluorite di dimensioni eccezionali (fino a 35 cm di spigolo) tipicamente ricoperti di quarzo. Niente di simile era venuto alla luce da quando la miniera era stata chiusa. Passano due anni, stessa miniera, stessi protagonisti e l’ennesima scoperta che ha quasi dell’incredibile: viene dischiusa una cavità che fornisce campioni di barite di anche 70 cm con cristalli tabulari lunghi fino a 20 cm ricoperti da idrossidi di ferro. Per qualità si tratta probabilmente del più importante ritrovamento di barite nelle Alpi.
Altri due ritrovamenti d’eccezione rendono il 2004 un anno memorabile.
Il primo ha luogo durante le operazioni di scavo del tunnel stradale di Mezzolombardo, realizzato per alleggerire la cittadina dal traffico diretto verso le valli di Non e Sole; la fresa che scava il tunnel pilota incontra delle porzioni di dolomia di età ladinica all’ingresso sud e norica all’ingresso nord, che si presentano ricche di vuoti contenenti rispettivamente limpidi cristalli romboedrici fino a 6 cm di sviluppo e scalenoedri semitrasparenti lunghi fino a oltre 20 cm, probabilmente le più belle cristallizzazioni a calcite mai rinvenute nella regione dolomitica.
Il secondo ha come teatro la cresta che separa la Val di Rabbi dalla Valle di Bresimo: qui Valentino Valentinelli, cercatore di minerali di Malè, recupera un cristallo singolo di almandino lungo oltre 22 cm che è da considerarsi il più grade mai rinvenuto sulle Alpi. Vista l’eccezionalità del ritrovamento, il campione è stato acquisito dal MUSE. Non si tratta però di un ritrovamento isolato, in zona infatti entro le metamorfiti del Basamento Australpino sono da tempo documentate numerose altre pegmatiti legate al magmatismo del Permiano inferiore (275 Ma) rappresentato dall’ortogneiss della Val Martello. Valentinelli prosegue così le ricerche indagando la pegmatite di Malga Garbella di sotto, sul versante sinistro della Val di Rabbi, dove negli anni ‘70 del ‘900, erano venuti alla luce campioni di schorlite di oltre 30 cm di lunghezza, i più grandi delle Alpi per questo minerale. La sua tenacia è premiata: nel 2007 riaffiora il filone che sembrava ormai definitivamente coperto da una frana. Fornirà campioni di qualità pari se non superiore a quelli degli anni ’70, come quello recuperato grazie alla collaborazione tra MUSE e Servizio Geologico della Provincia autonoma di Trento, ora esposto nella Centro Visitatori del Parco dello Stelvio a Rabbi: un campione del peso originario di 800 kg che contiene una ventina di cristalli decimetrici di shorlite.
Una novità assoluta sono i pregevoli campioni di quarzo ametista e fumè con ortoclasio, albite e prehnite provenienti dalle cavità pegmatiche rinvenute tra il 2000 e il 2008 nel granito di Cima d’Asta dal collezionista roveretano Marco Masetto. Campioni che per aspetto, paragenesi e contesto geologico possono essere assimilati a quelli di Baveno o del Nord della Sardegna.
Questo excursus termina dove era iniziato, con due recenti ritrovamento nel cuore Dolomiti, in un area, quella del gruppo del Buffaure, scandagliata dai cercatori di minerali per oltre 200 anni. Il primo risale all’estate 2010 quando i coniugi Luigi e Francesca Boselli, rinvengono una porzione di pillow breccia fortemente mineralizzata che fornirà cristalli lunghi fino a 2,5 cm. A fronte di numerosi riferimenti bibliografici, la datolite del Buffaure non era finora minimamente rappresentata nelle collezioni pubbliche e private. Il sito si trova sulla cresta Valvacin-Sas d’Adam, a pochi metri di distanza da altre importanti località: quella da cui provengono le caratteristiche pseudomorfosi di quarzo su apofillite e quella dove è stato segnalato l’armotomo, ad ulteriore riprova, se fosse necessario ribadirlo, dell’inusuale concentrazione di ricchezze mineralogiche in Val di Fassa. Il secondo ritrovamento è dell’estate successiva, quella del 2011, anche in questo caso in un’area tra le più frequentate delle Dolomiti, l’esteso anfiteatro di Drio le Pale. Si tratta in realtà della riscoperta di un sito degli anni ’70 del quale era andata perduta l’ubicazione precisa. Giuliano Cavada e Stefano Dallabona di San Lugano vi rinvengono in gran quantità pregevoli campioni di fluorite ottaedrica verde in cristalli di oltre 1 cm associata a calcite e quarzo anche di varietà ametista. È l’ultimo atto di una lunga storia di scoperte che attende solo di essere scritta.
Cosa rimane ancora da scoprire?
Un ritornello che ormi da anni riecheggia nell’ambiente del collezionismo mineralogico italiano - e quello trentino non fa eccezione - è il seguente: “Non c’è più niente da scoprire, i posti buoni ormai sono tutti esauriti”. E questa è forse una delle concause della drastica diminuzione del numero di cercatori di minerali rispetto agli anni del boom economico. È vero che oggigiorno è più difficile fare ritrovamenti di qualità rispetto agli anni d’oro quando le miniere erano ancora in attività o appena abbandonate, come è vero che decenni di prelievo mineralogico hanno impoverito i siti classici; ma è altrettanto vero che buoni ritrovamenti sono ancora possibili, come testimoniato dalle eccezionali scoperte degli ultimi 15 anni descritte nel paragrafo precedente. Il contesto della ricerca mineralogica è drasticamente mutato rispetto al passato: chiusura o contrazione delle attività estrattive, aumentata copertura vegetale, limiti imposti dalla regolamentazione della raccolta e da sempre più numerose aree protette. Al collezionista non rimane che adattarsi e mettere in atto nuove strategie, come allargare il campo delle ricerche verso località poco conosciute o meno accessibili ma potenzialmente altrettanto ricche rispetto a quelle classiche; oppure concentrarsi sul mondo dei micromounts. Lavori di micromineralogia realizzati negli ultimi 3-4 anni su località mineralogiche fino ad allora note quasi solo per i minerali “macro” hanno portato alla segnalazione di numerosissime nuove specie per le singole località, di diverse nuove segnalazioni per la provincia di Trento e anche di alcune prime segnalazioni in Italia.
Nel corso di un progetto che dal 2010 vede il MUSE impegnato nella documentazione dei siti mineralogici provinciali, la redazione di un aggiornamento delle specie documentate con certezza in Trentino ha portato il numero delle stesse da 235 (fonte mindat.org, gennaio 2013) a 328 (aprile 2013). A conferma del grande interesse maturato negli ultimi anni per i siti trentini e delle potenzialità mineralogiche di questo territorio, va ricordato che nell’anno successivo all’uscita dell’aggiornamento si sono aggiunte altre 27 nuove segnalazioni: 19 di queste - tra le quali aeschinite-(Y), bertrandite, columbite-(Fe), ixiolite, parisite-(Ce), perrierite-(Ce) - provengono dal granito di Predazzo (Val di Fiemme); 2 - cafetite e kassite - sono state riscontrate nei marmi a brucite della Cava Val di Serra (Ala); altre 6 - agardite-(Ce), conicalcite, duftite, farmacosiderite, olivenite e zincolivenite - sono il frutto di un recente studio multidisciplinare sulla Miniera di Rio Ricet, adiacente alla più nota Miniera di Vignola. Così i minerali documentati con certezza in provincia di Trento sono saliti a 355, con la concreta prospettiva, nel breve, di altre segnalazioni in considerazione di numerosi studi in corso. Il Trentino si pone pertanto tra le aree italiane in assoluto più ricche di specie mineralogiche; considerando la concentrazione (N. specie/km2) è secondo solo a Liguria e Valle d’Aosta.
È evidente che il Trentino non è ancora stato documentato con la stessa attenzione riservata a regioni italiane come Toscana, Liguria, Piemonte e Valle d’Aosta o Veneto; a riprova che rimane molto lavoro da fare e… ancora molti minerali da scoprire.

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